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Firenze, la Signoria Vecchia, foto digitale

Firenze DA CAPITALE MORALE A CITTA’ DI PROVINCIA

La Toscana fu esente da rivoluzioni. Esisteva una tenace tradizione di accordo con il Granduca, che il popolo considerava un patriarca illuminato. La risonanza delle Università di Pisa, di Firenze e dell’Accademia di Belle Arti era così decantata, che attirava studiosi e artisti anche d’oltralpe.

L’acido borico dei Lagoni, il ferro dell’Elba, le strade ferrate, le nuove vie di comunicazione, il fervore dei lavori pubblici e la libertà dei commerci attraevano i capitalisti. La bonifica delle maremme era tra le opere pubbliche, che più richiamavano appalti e imprenditori. L’immane progetto di debellare gli acquitrini e le zanzare, le brughiere e la fame di terre, avviato con coraggio esemplare da Ferdinando, morto di malaria nel 1824, per volontà del suo ministro, l’ingegnere Vittorio Fossombroni, fu proseguito dal biondo Leopoldo II, detto con bonaria ironia il Canapino. Il prosciugamento di fatto non fu completato a seguito dell’unificazione nazionale, ma ultimato molti anni dopo.

La pubblicità dei processi e l’abolizione della pena di morte, furono sancite prioritariamente, rispetto a tutti gli altri Stati italiani, proprio nel Granducato per volontà di Pietro Leopoldo nel 1786. La sostituzione di molte pene detentive con sanzioni pecuniarie e la censura poliziesca, oculatamente magnanima, resero la Toscana il rifugio dei coscritti, dei renitenti alla leva austriaca, dei perseguitati politici, dei profughi e degli intellettuali desiderosi di esprimersi con una certa libertà di parola. Il benessere morale emergeva nella inesistenza dei processi politici. I Tribunali Supremi fiorentini, da questo punto di vista erano praticamente disoccupati e le prigioni accoglievano solo i rei di delitti comuni.

Le frontiere, dopo i contingentamenti straordinari, dovuti alla carestia, furono aperte alle importazioni, eliminando dazi e gabelle. Gli stranieri guardavano Firenze come un’isola felice. Mollemente adagiata lungo l’Arno, divenne una tappa obbligata per gli intellettuali fuggiti dalle altre contrade italiane e in breve acquistò il primato per i fermenti culturali.

Molti artisti, provenienti da diverse località della penisola, avevano trovato asilo presso quel popolo ritenuto liberale. Pittori e letterati si radunavano al caffè dell’Onore e al caffè Michelangiolo. Intorno alla seconda metà dell’Ottocento, la città del giglio divenne il fulcro propulsore e il simbolo culturale italiano, a dispetto di chi aveva creduto quel governo negligente in un paese flemmatico e “sonnolento”.

Coloro, che venivano da fuori, come Martini e Giordani, asserivano che Firenze, dalla politica tollerante, era paragonabile al “Paese di Bengodi” o al “Paradiso terrestre”. In sintesi essa era additata dai coevi come la “capitale morale” e il paese della libera espressione, consentita se pronunciata senza urlare e a bassa voce.

Tra il 1831 e il 1848, nel Granducato si perseguiva la politica economica illuminata, già applicata con ottimi risultati dagli altri Lorena.

Nel 1833 Leopoldo II aprì al pubblico alcune esposizioni principesche di Palazzo Pitti, che nel loro insieme denominò Galleria Palatina. In quelle sale, erano stati raccolti, per volontà di Ferdinando II, i dipinti più importanti, prelevandoli dal guardaroba di Palazzo Vecchio e da altri Casini e Ville medicee. Successivamente il patrimonio fu arricchito con le eredità dei conti Della Rovere da Urbino e con le donazioni di altri principi de’ Medici.

L’impegno umanitario della comunità di Firenze, per i depositi e i ricoveri di mendicità, per i dispensari di cure e farmaci, per l’istruzione dei miseri, si perdeva nella notte dei tempi. Su modello toscano, Ferrante Aporti aveva fondato a Cremona nel 1829 un asilo per i bambini e a Napoli nel 1840, Giacomo Savarese otteneva l’approvazione dello statuto della Società degli Asili per l’Infanzia con maestri governativi. Con le proibizioni delle questue, anche nel Regno delle Due Sicilie si istituivano i depositi di mendicità, luoghi di ricovero e di avviamento al lavoro per i poveri.

La Toscana tuttavia deteneva l’antico primato per l’attività degli asili destinati all’infanzia abbandonata. Nel quartiere di San Giovanni l’Arte della Seta o di Por Santa Maria volle nel 1419 erigere l’Ospedale degli Innocenti, simbolo nobilissimo della civiltà umanistica fiorentina. La committenza della grande fabbrica pubblica, data al Brunelleschi, fu l’espressione di un notevole impegno civico, mirato al ricovero dignitoso, alla cura e all’educazione degli esposti lasciati nelle strade, vera piaga della società. I tondi in terracotta ancora raffigurano otto infanti in fasce, sui portali le lunette raccontano del Padre Eterno con i martiri innocenti e di Gesù con i fanciulli. Nel refettorio delle donne, accanto alla Strage degli Innocenti, gli affreschi con funzione pedagogica spiegano l’esposizione, l’allattamento delle balie, i fanciulli dormienti, le mense e la scuola.

Un’acquasantiera posta sotto il porticato, davanti alla chiesa di Santa Maria degli Innocenti, sostituita poi da una rota di pietra girevole, accoglieva amorevolmente e in segreto i neonati. Nel 1875 cessò per decreto parlamentare la pietosa funzione.

La Toscana non fu tuttavia esente dalle sciagure che colpirono la penisola e tutta l’Europa. Si verificarono carestie ed epidemie, come quella di Cholera Morbus, che infestò la popolazione nel 1835, causando immani lutti

Nel 1838 Leopoldo riordinò l’amministrazione della giustizia e fino al 1839 operò la riforma universitaria, permettendo inoltre che a Firenze si tenessero i Congressi Scientifici, con la partecipazione dei più noti uomini di scienza del tempo. Il primo ottobre 1839, si aprì nell’Aula Magna dell’Università di Pisa il I° Congresso degli Scienziati, promosso dal Granduca di Toscana e dal principe Carlo Luciano Bonaparte, noto ornitologo. I quattrocentoventuno studiosi, provenienti da tutti gli stati italiani, si ripartirono nelle diverse commissioni: dalla medicina alla matematica, dalla botanica alla fisiologia vegetale, dalla mineralogia e alla geografia. Fu stabilito che gli incontri si ripetessero e furono di fatto nove, fino al 1847. Nel 1841 a Firenze si tenne il III Congresso.

Il Canapino appoggiò la costruzione delle strade ferrate. Il 27 gennaio 1844, sulla linea costruita tra Pisa e Livorno la locomotiva compiva il primo viaggio sperimentale, trainando un unico vagone di I classe e diciotto passeggeri. Il 13 marzo 1844, un mese prima che si officiasse il matrimonio dell’Arciduchessa Maria Augusta, unica figlia superstite di primo letto del Granduca, con il Principe Luitpoldo di Baviera, nel quadro delle cerimonie celebrative fu attivata la “Leopolda”, la più antica linea del granducato.

Alla stazione di Porta al Prato, opera di Enrico Presenti, nel tripudio festante di tutto il popolo accorso, il sovrano Leopoldo II di Toscana celebrava l’inaugurazione del primo braccio della Strada Ferrata Firenze - Pisa - Livorno. Il viaggio, “che in diligenza durava due ore, con il treno a vapore si concludeva in venti minuti. La distanza si sarebbe potuta coprire in un tempo anche minore, se il Regio governo non avesse deciso, per evitare disgrazie, di ridurre la velocità”. Il costo per la corsa nei primi posti in carrozza chiusa costava tre paoli, nei secondi due, nella terza classe e in carrozza scoperta uno.

Il nuovo nodo ferroviario completava la pianificazione di sviluppo delle vie di comunicazione, avviata in quegli anni. Le spese per gli appalti della costruzione delle massicciate, dei binari e dei convogli, erano state anticipate da una delle prime Società di Azionisti, il cui presidente Imanuelle Zeussi era un noto banchiere fiorentino. Nel 1847 si concludevano le trattative tra Leopoldo e Carlo Lodovico di Borbone, avviate per ottenere la cessione di Lucca. Con quest’ultima annessione si completava l’unificazione della Toscana, così a lungo vagheggiata.

Tutti i settori industriali avevano una fiorente attività commerciale, le miniere di ferro estraevano quantità pari a un terzo della produzione italiana, il settore meccanico fabbricava ed esportava macchine per gli opifici e per l’agricoltura. Negli arsenali di Livorno e nei cantieri delle altre città costiere alacre era la produzione di vascelli bellici e di navigli mercantili, su committenza degli stati italiani e stranieri. Tuttavia, i nuovi mezzi di comunicazione, a distanza, avevano prodotto negli avari livornesi una crisi economica, riguardante il porto franco delle merci depositate da esportare.

Livorno aveva dato spesso preoccupazioni alla polizia granducale. L’incremento demografico ed economico liberistico aveva rilanciato il suo porto, ove toscani, greci, ebrei, inglesi e francesi avevano istituito numerosi “banchi”, rendendo la città un crogiolo cosmopolita di culture e di interessi. Nel 1847, indotto dagli eco di ammirazione, suscitati dalle liberalità concesse da Pio IX e dagli entusiasmi per il mito giobertiano neoguelfo, Leopoldo fu tra i principi più magnanimi, concedendo nel maggio la riforma sulla libertà di stampa e di consulta, nel novembre stipulò l’unione doganale con lo Stato Pontificio, il Regno di Napoli e il Regno Sabaudo.

Nel 1848, durante la seconda Restaurazione, il Granducato di Toscana, contemporaneamente al Regno delle Due Sicilie, al Ducato di Modena e Reggio stipulò un Concordato con il Regno Pontificio, in base al quale risultavano annullate tutte le conquiste attuate nel secolo dei lumi. Il Pontefice rientrava nel diritto di possedere il patrimonio fondiario, invendibile, inalienabile e nel diritto di esigere che l’istruzione e le attività culturali fossero compatibili con le esigenze della fede e controllate dal clero.

Sempre ai primi del 1848 Livorno fu all’origine del fermento popolare teso ad ottenere la Costituzione, che fu promessa in un sol giorno. Leopoldo, già sulla strada delle libertà, non si era fatto pregare. Affermava benignamente “... il mondo va da sé ...”, credendo che il popolo sarebbe tornato tranquillo e obbediente. Egli concesse la Costituzione, nel febbraio 1848, dopo lo Statuto Albertino e quello del re di Napoli, pensando di aver sancito un adeguamento personale al fervore liberale, che si respirava in tutta la penisola. Nel marzo, scoppiata la guerra tra Piemonte e Austria, inviò in ausilio un corpo di spedizione militare, ponendolo di stanza tra Modena e Reggio.

Il 26 giugno il Granduca inaugurava a Firenze l’Assemblea toscana, eleggendo, nell’autunno tra gli altri deputati Giuseppe Montanelli, poco dopo inviato come governatore a Livorno, per sedare i tumulti dei democratici infiammanti quella città. Davanti ad una folla inferocita, lanciando l’idea di una Costituente italiana, Montanelli mutò quello scalpore in un boato esplosivo di acclamazioni. Alla caduta del ministero Capponi, Leopoldo affidò allo stesso Montanelli il mandato di costituire la nuova Consulta, questi nominò Domenico Guerrazzi ministro dell’interno e intanto continuava a dedicarsi al suo progetto della Costituente, studiando uno statuto italiano.

Mentre pensava di aver elargito la sua fiducia in mani sicure, il Canapino sentì parlare di annessione al nuovo regno. Divenendo sospettoso, depose i titoli austriaci e accettò ministri meno graditi. Tuttavia la situazione non era più controllabile, la politica stava cadendo in mano ai rivoluzionari estremisti. Nel 1849 i fermenti non si placarono. Per non dar motivo alla reazione repressiva dell’Austria, giudicò utile non opporre resistenza, decidendo di ritirarsi dal paese. Andò a Porto Santo Stefano, dove si imbarcò per Gaeta, per porsi sotto la protezione di Pio IX. La Camera elesse un governo provvisorio espresso in un triumvirato, formato da Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni, i quali esplicitamente svincolarono i sudditi dal Giuramento di fedeltà. Montanelli avanzò l’ipotesi di una Repubblica che unisse lo Stato toscano a quello pontificio, d’altra parte era contrario all’ingerenza del Piemonte nella questione italiana. La contestazione nei confronti del progetto fu aspra da parte del Guerrazzi, cui furono affidati i pieni poteri dall’Assemblea Costituente. Il Montanelli, allontanato, riparò in Francia e il triumvirato decadde. 

I fiorentini insorti contro gli estremisti e contro una banda di livornesi, si trovarono con le mani insanguinate per vendicare altri assassini. Ritenendo minacciata la mitissima Toscana, si appellarono all’integrazione del Granduca.

Leopoldo, restituito al trono il 28 luglio del 1849 dai suoi stessi sudditi, ebbe un’accoglienza entusiastica e trionfale, tra acclamazioni e lanci vorticosi di tube, che egli ripagò coniando una moneta commemorativa con l’iscrizione “Onore e Fedeltà” da donare ai Restauratori e al Municipio. Per converso serpeggiavano numerose voci sui motivi, che avevano indotto i fiorentini a volere di nuovo il Granduca. Si raccontava che fosse stato richiamato per i disordini cruenti interni e per una temuta prevaricazione dell’Austria, a seguito della sconfitta di Novara. Quelle dicerie arrivarono all’orecchio del Lorena e non furono una consolazione per nessuno. Fu amareggiato e disilluso. Egli, che aveva sempre tenuto a freno il reazionario Metternich, rispondendo “...il dovere della censura è quello di non farlo...”; egli, che non aveva voluto scatenare l’ondata repressiva della polizia contro i suoi sudditi allontanandosi volontariamente, non confidò più nel suo popolo, ma solo negli Austriaci.

Nell’aprile del 1850, il Lorena stipulò una Convenzione che sanciva l’occupazione indeterminata del Granducato, da parte dell’esercito imperiale. Sempre a tempo indeterminato, sospese le franchigie in uso, la Costituzione da poco elargita e perseguitò i protestanti, dimenticando tutti i suoi principi liberali. Ristabilì nel 1852 la pena di morte per gli attentati di lesa maestà contro il governo, contro la religione, per l’omicidio premeditato e la rapina a mano armata. Intanto si aprivano i processi contro Francesco Domenico Guerrazzi, il contumace Giuseppe Montanelli e gli altri implicati nel governo provvisorio del 1848.

Leopoldo, proseguendo nella politica di ammodernamento delle comunicazioni, istituì a Firenze, Siena, Livorno e Pisa gli Uffici Telegrafici per uso pubblico: la linea toscana entrava in collegamento con quella modenese e austro - ungarica.

Il Montanelli, che intanto aveva riparato in Francia, faceva propaganda e si dedicava alle lettere. Il Granduca aveva indetto contro di lui il processo “de crimine lesae maiestatis”, per tradimento al governo. Nel luglio 1853, il Tribunale sentenziò per il fuoriuscito la condanna in contumacia all’ergastolo a vita. Si concludeva anche il procedimento contro il Guerrazzi, che, a seguito della commutazione della pena, partì esule per la Corsica.

La carestia, determinata da una pessima annata del grano, innescava il rincaro di tutti i generi nella penisola. A causa dell’inflazione, alcuni manifestanti simpatizzarono con i contadini aostani, che gridavano contro il tricolore, la costituzione, la legge Siccardi, le imposte, il sistema decimale nei pesi e nelle misure. Una terribile epidemia di Cholera Morbus infestò tutta la Toscana nel 1855, propagatasi con irruenza incontenibile dal resto dell’Europa. La falcidie si abbattè sui cittadini di Firenze e ne furono decimati. Nello stesso anno gli Austriaci abbandonavano il granducato.

Nel 1859 con un esplicito decreto, motu proprio, Leopoldo aboliva la Costituzione anche in Toscana, come era avvenuto in altri Stati della penisola. Nel mese di aprile, non aderì alla proposta piemontese di entrare nel conflitto contro l’Austria. Il 27 dello stesso mese, nella piazza Maria Antonia del quartiere di Barbano, si scatenò la prima delle dimostrazioni contro la neutralità, che portarono alla caduta dei Lorena e all’annessione al Governo d’Italia.

Tra l’aprile e il giugno, la rivoluzione dilagò in tutta la Toscana. Nelle piazze si alternavano manifestazioni pacifiche e violente, espressioni delle diatribe a favore e contro la politica neutrale di Leopoldo, che, costretto ad abdicare, andò in esilio volontario in Austria.

L’insurrezione divampata nel Granducato, a Parma, a Modena, a Massa e Carrara, a Bologna e in tutti gli Stati dell’Italia centrale fu il risultato del partito unitario della Società Nazionale, che in accordo con il Cavour, appena i governanti legittimi si rifugiavano in un sicuro esilio, istituiva dei fulminei governi provvisori e scatenando dei disordini, incitava le folle a richiedere l’annessione al Piemonte. Torino, a quella istanza, inviava celermente i Commissari Straordinari. In Toscana si insediò la dittatura del barone Tiberio Ricasoli, detto Bettino, che nello stesso anno indisse un Regio Concorso d’Arte.

Successivamente all’armistizio di Villafranca, trattato e concluso in data 11 luglio, Cavour rassegnava le dimissioni. Il governo di Torino perse totalmente la fiducia degli italiani. Seguì per un giorno il ministero Arese, poi i ministeri Rattazzi e La Marmora, che tentarono inutilmente di richiamare i Commissari piemontesi. Bettino, come altri, rifiutò di lasciare l’incarico, assecondato dalla popolazione e dalle fazioni unitarie - annessionistiche.

Nell’Annuario di Duprat e Gicca, relativo ai bilanci degli Stati Italiani, valutando la situazione economica del Granducato, si asserisce che le rendite e le spese nel 1859 erano in attivo: entrate £.39.866.400, uscite £.39.131.300. Si legge poi nel Gran Libro del Regno d’Italia che il debito pubblico della Toscana, consistente in 152 milioni, fino alla fine del 1859, nel giro di un anno, proprio durante il commissariamento del barone di ferro, arrivò a toccare i 258 milioni di deficit. Per sanare le finanze ed elargire qualche boccone di terra ai contadini, egli fece incetta di denaro pubblico e di beni immobiliari, applicando nel 1860 ai beni della Chiesa toscana le leggi Siccardi, emanate dal Piemonte già nel 1850 e le leggi anticlericali Rattazzi del 1859.

I tribunali ecclesiastici e il diritto d’asilo nelle chiese vennero cancellati, la manomorta clericale ebbe un diritto di acquisto più limitato, le Case Religiose e i Conventi furono confiscati e messi all’asta. Le monache e i chierici, nonostante la vocazione, estromessi e sfrattati, erano coartati a secolarizzarsi. Il primo, a subire questa sorte, nel 1860 fu il convento di Santa Teresa in Montevarchi, successivamente intorno al 1875 anche gli Scolopi furono fatti sloggiare dal convento di San Giovannino in via De’ Martelli.

Furono sciolte tutte le Congregazioni Religiose di mendicità, i monti frumentarii e le doti in medicine destinate agli infermi, si fermò per sempre la rota dei Nocenti. Nonostante queste drastiche misure il debito non diminuì e le terre da distribuire si persero nei meandri burocratici o, poste all’asta, furono acquistate da chi possedeva denaro sonante.

In Toscana si insediò l’Assemblea Costituente. Nel 1860, mentre Cavour revocava le dimissioni, furono indetti i plebisciti per l’annessione, prima ancora del veto dell’Austria. La Toscana espresse la volontà di unirsi al Piemonte. Nel 1861, il 12 giugno, proclamato il Regno d’Italia, Ricasoli divenne primo ministro e fu rieletto anche nel 1866.

Il 20 giugno 1861 la Camera approvò con 229 voti, contro 9, l’unificazione dei debiti pubblici. Gli Stati Italiani, precedenti all’unità, avevano un deficit controllabile e valutabile in totali 722 milioni. Nel “Gran Libro del Regno d’Italia” si legge, che il disavanzo da 722.000.000, era cresciuto fino a 2.084.000.000.

Ufficialmente, si sentiva il bisogno di staccarsi dal Piemonte, per una organizzazione amministrativa più razionale sul territorio e la capitale più degna parve Napoli. Il disegno nascosto era di far ritirare le truppe francesi da Roma, per avere mano libera contro il potere temporale del Papa. Strappato l’assenso al re per trasportare la capitale, i militari ebbero, o finsero, dei ripensamenti e spiegarono la posizione poco strategica della città campana, inducendo Vittorio Emanuele a preferire Firenze.

Il popolo di Torino, il 21 e il 22 settembre del 1862, insorse con tumulti violentissimi contro il trasferimento della capitale, ma le Guardie avevano l’ordine di sparare fucilate contro i dimostranti. L’affronto si concretizzò pochi giorni dopo e Torino insanguinata e oltraggiata, come Napoli, Parma, Modena venne declassata a città di provincia.

Nel 1863 il re sabaudo, in visita ufficiale alla città di Firenze, indisse presso l’Accademia di Belle Arti un Regio Concorso. Accettando la Convenzione, nel 1865 Vittorio Emanuele abbandonò di fatto il Palazzo Reale torinese e proclamò Firenze capitale del nuovo Regno d’Italia, insediando gli appartamenti a Palazzo Pitti. Al censimento del 1861, la popolazione fiorentina risultava di 114.500 anime, nel 1865 salì a 194.000. Nello stesso anno, a incrementare l’euforia dell’unità nazionale, si aggiunse l’apertura al pubblico delle sale del Bargello, adibito a Museo delle Arti Industriali e del Medioevo. I lavori di restauro del medievale palazzo del Capitano del Popolo e sede delle carceri, erano iniziati nel 1858 ad opera dell’architetto Francesco Mazzei. Nell’autunno esplose una nuova epidemia di colera.

Il Poggi notificava i piani di ampliamento e rovinarono al suolo le mura e le porte, davanti agli attoniti fiorentini. E si andò oltre quei piani. Occorreva ancora dare spazio e luce per il corteggio degli amministratori del Regno. Ma Firenze fu solo una tappa.

Fino al 1866 il disavanzo della penisola era di £.2.700.000.000, coperto in parte da alienazioni di rendita, vendita di beni e prestiti. Nello stesso anno Scialoja, sotto il ministero Ricasoli, introdusse il corso forzoso della carta moneta in tutto il regno.

Nel 1869 i giornali annunciavano la morte dell’ex Granduca durante il suo viaggio a Roma in occasione del Concilio. Una pesante decisione si preparava per Firenze. Così nel 1871, dopo sei anni nei quali la città aveva assunto per proclama reale il ruolo di capitale del Regno, per quell’onore fu indicata Roma, sottratta con l’inganno al potere dichiarato inviolabile, del Papa. La popolazione scendeva a 167.000 abitanti, ma i 50.000.000 di debiti municipali, contratti nel 1865, crescevano.

Dal 1872, il sindaco Peruzzi, proseguendo i piani, aveva programmato nuove strade e abbattimenti di edifici “deturpanti”. E i lungarni modificarono il rapporto tra l’Arno e la città, anche quando fu sindaco Torrigiani. Fino al 1899, sotto i picconi di un eccessivo zelo cadranno le torri, il ghetto, le tante storie del giglio e le vestigia della romana Florentia. E i nostalgici mugugnavano, forse l’ilarità fiorentina si era trasformata in fosca malinconia. Nel 1885 divampò l’ennesima epidemia di “Cholera Morbus”, che sterminò in Toscana e in Italia 53.000 individui. Nell’andirivieni dei carri colmi di macerie miste a preziosi reperti, nel 1887 Firenze pianse per il terremoto di Diano Marina e per il massacro di Dogali. Ma la politica coloniale era di moda, quanto i dissensi sugli irredentismi.

Come al tempo dei Guelfi e dei Ghibellini, cattolici e socialisti spuntavano armi e dialettiche per i nuovi scontri tra neri e rossi. Intanto le tasse sul macinato affamavano i poveri. Il governo legittimò gli eccidi e gli arresti, cancellando le libertà. Le tragedie e le rivoluzioni vissute in quello scorcio di secolo non erano terminate. Un terribile boato terrorizzò in piena notte i fiorentini, sia il 18 maggio, sia il 5 giugno 1895. Le scosse sismiche ondulatorie e sussultorie recarono danni notevoli alle abitazioni e alle opere pubbliche, come il Duomo e il complesso olivetano di San Miniato. Il terrore attanagliò i cittadini e tutti si riversarono nelle vie e nelle piazze a urlare, a piangere, a imprecare, a pregare perché un secolo così sventurato e rivoluzionario e blasfemo, destinato a scolpirsi nella memoria dei popoli, avesse a concludersi.

Nella società e nel regno di fine secolo essi presentivano il turbamento della pace futura, il dissesto finanziario, l’emigrazione in massa, il dilagare del suicidio, l’indomito brigantaggio, l’indisciplina universale e la stampa impietosa. I cittadini nella notte del terremoto, sotto un cielo stellato e indifferente, accampati nelle strade e lungo le rive dell'Arno, ragionavano smarriti, con i volti illuminati dai riflessi della bianca luna.

 

ANNA MARIA MELECRINIS, da IL PARADIGMA SUL VERO IN ARTE, 1999

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