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Firenze, mosaico in marmo bicromo. Particolare del Duomo

TRA GALLERIE E OPIFICI ALLA RICERCA DI COMMESSI IN PIETRE DURE

 

Volgendo le spalle al Ponte alla Carraia, luogo frequentato da Pietro Saltini per la presenza di Gallerie d’Arte internazionali e di mercanti ottocenteschi, si apre allo sguardo piazza Goldoni, ornata dalla bianca statua marmorea del commediografo veneziano. All’imbocco di via della Vigna Nuova, al n° 78, sorge l’antica bottega di mosaici e di lavori in pietre dure, gestita dagli eredi di Leopoldo Menegatti, prestigioso artigiano fiorentino.

Nella vetrina a sinistra un fine commesso in pietre dure ha attirato la mia attenzione nel marzo 1999. I due vecchietti di Pietro Saltini sorridevano nella riproduzione policroma. Il proprietario ignorava l’autore e il titolo dell’originale, sapeva solo che l’antico intarsio fiorentino era stato ricavato da una tricromia, proveniente dall’Inghilterra.

Nella stessa bottega sono ritornata con una certa emozione nel gennaio 2000. Speravo di poter osservare meglio il lavoro. Dalla vetrina erano scomparsi i due vecchietti felici. Con una certa delusione sono entrata, temendo che il mosaico fosse stato venduto. Tuttavia, sulla mensola più alta campeggiava il soggetto di Pietro. Il gallerista assegnava all’opera, per tradizione, il titolo “Lo Scacciapensieri”. Il verso della tavola recava la firma Giuseppe.

Spiegai che le due mezze figure riproducevano l’olio originale di Pietro Saltini, intitolato “A fin di merenda”. I due modelli di studio furono Antonio Mochi e Rosa Mannucci. L’opera era stata eseguita su committenza di Lodovico Metzger nel 1879 e alienata allo stesso gallerista nel 1880. Nel 1882 il Museo Civico Revoltella acquistò un tocco in penna, dallo stesso titolo. Il pagamento fu erogato al Saltini dalla Società di Belle Arti di Trieste, allora austriaca. Nel 1904 Pilade Pollazzi, direttore della Scena Illustrata, nel chiedere all’artista le foto di tre opere, tra le quali “A fin di merenda”, aggiungeva “...per la riproduzione dei suoi quadri bellissimi e naturalissimi...”. L’immagine illustrò nel 1906 le pagine della rivista.

Decisi di proseguire per un altro sito, frequentato da Pietro Saltini e ricco di Esposizioni sin dalla seconda metà dell’Ottocento. Scelsi, infatti, l’itinerario intorno alle botteghe degli intarsi e dei cammei del Lungarno Acciaioli.

Entrando prima nella mostra di Ugolini Mosaici e poi di Francesco Tei, al limitare di Ponte Santa Trinita, si scoprono intarsi e tarsie, simili all’opus sectile, opere presenti nell’Arte fiorentina sin dal 1400 nella lavorazione di gemme, cammei e suppellettili medicee.

Proprio nella galleria di Francesco Tei ho avuto occasione di parlare della riproduzione policroma in pietra dura del quadro di Pietro Saltini, che aveva destato già viva ammirazione in un suo conoscente. Durante la conversazione, il mercante mi ha fornito l’indicazione di una Scuola Musiva, sita in via San Giuseppe, che realizza ancora riproduzioni dell’Ottocento e del primo Novecento.

In piazza Santa Croce, seguendo la facciata della basilica, fino all’estremità a sinistra della scalinata, dove nel 1968 fu traslato il monumento a Dante, scolpito da Enrico Pazzi ed eretto nel 1865 al centro della piazza, si oltrepassa a sinistra via de’ Pepi, ove, a seguito del matrimonio con Enrichetta Maria Adelaide Martelli, Giovanni Saltini, lasciando la casa paterna di via de’ Ginori, si era trasferito al n° 6. Costeggiando il lato sinistro del maestoso tempio di Santa Croce, dopo l’incrocio con via delle Pinzochere, proseguendo verso la via di San Giuseppe, si apre largo Bargellini. Ivi prospettano numerose botteghe musive. Tra queste ho individuato la fabbrica del signor Lastrucci, che tramanda il sito e l’arte dell’Opificio delle Pietre Dure, fondato dal Granduca Ferdinando nel 1588. Lo stabilimento fu istituito allo scopo di dare ordinamento ai maestri fiorentini operanti nelle Cappelle Medicee e agli artisti provenienti da Venezia e Milano, Olanda, Francia e Germania.

Tra le antiche manifatture, ottenute a commettitura di sezioni variegate di marmo e di pietre dure, incastonate in lastre di ardesia o di nero del Belgio, sono riconoscibili i soggetti della seconda metà dell’Ottocento, allora e oggi richiesti da anglosassoni e statunitensi. Sono stata attratta da un fumatore di pipa detto “Il marinaio” e dalla raffinata esecuzione del ritratto di una giovane donna con le buccole, due soggetti trattati anche da Pietro Saltini. La figura femminile, eseguita a mosaico nel 1920, reca la firma di Montelatici. Il professore, citò più volte con ammirazione Maria Montelatici Viscontini, che ebbe come “scolara” dal 1899 al 1903. Potrebbe sussistere una connessione di parentela tra l’artefice del commesso e la giovane allieva dello studio di piazza Donatello, il che potrebbe avvalorare l’ipotesi di un passaggio di bozzetti o di riproduzioni delle opere dell’artista.

Il figlio del signor Lastrucci e un suo collaboratore hanno poi indicato una foto della fabbrica, precedente alla disastrosa alluvione del 1966. Nel tragico evento molte fotografie e olii, dai quali le maestranze traevano ispirazione, andarono distrutte.

Sulla parete, tra le vecchie istantanee, salvate dall’acqua, appare la riproduzione del bozzetto a olio di Pietro Saltini intitolato “A fin di merenda”. In realtà i maestri della bottega, ignorando la denominazione originaria continuano, per consuetudine, a chiamarlo “Lo Scacciapensieri”, attribuendo come titolo la testata del giornale, che i due ilari vecchietti leggono compiaciuti.

L’esperienza da me vissuta ai primi del 2000, rievoca “Vecchiaia Felice”, l’olio su tela, 70 x 90, eseguito dall’artista nel 1891 per l’americano Butler. Il diritto di riproduzione fotografica in olografia e in tricromia fu venduto a Vittorio Alinari, ma Saltini salvò per sé quello monocromo in bianco e nero. La figura del ciabattino fu richiesta da numerosi amatori e ispirò, anche dopo la morte di Pietro, pittori, copisti e mosaicisti. Una delle riproduzioni, poi venduta, fu vista, circa dieci anni fa, nella Galleria dei Mosaici, che apre le sue vetrine davanti a Palazzo Pitti.

La relazione tra l’iconologia di Pietro Saltini e l’arte dei commessi di pietre dure riconduce ad un antico articolo giornalistico da me letto, grazie alla cortesia di Mario Del Bene. Dal pezzo si evince la perizia del mosaicista, che firmava i suoi intarsi con il nome di Giuseppe.

Era il novembre del 1928, nelle vie del centro i passanti si fermavano a frotte davanti ad una rinomata bottega d’Arte fiorentina. Nella vetrina trionfava la riproduzione musiva del tema, nelle grandi dimensioni del quadro originale. La composizione di “squisita fattura” in pietre dure, destò grande ammirazione e un amatore straniero divenne il proprietario dell’opera, pagando una ragguardevole cifra.

Giuseppe Fiaschi, autore fiorentino del pregevole mosaico, aveva prescelto il soggetto “irto di tali difficoltà, a detta degli intenditori”, riuscendo tuttavia a “rivaleggiare col pennello”.

Nelle colonne del Nuovo Giornale, distribuito a Firenze il 15 novembre 1928, OMAS decantò così l’opera  rielaborata nelle preziose tessere:  “... A parte quella di riprodurre senza mende una figura disegnata con perfezione squisita, come soltanto seppe fare il Saltini, v’era quella di una policromia tutta sua di sfumature, di riflessi e di velature che a molti sarebbero sembrate impossibili a ripetersi col solo sussidio delle pietre dure …Egli fu cultore di quell’arte fin dall’adolescenza, tralasciata, “finchè durò la nostra guerra gloriosa” e ripresi gli “istrumenti semplici e primitivi della professione” apprese le nuove tecniche “con quella placida, serena calma, che è una delle prerogative essenziali per chi tratta il musaico... Si raccolse nella Marina di Pietrasanta, dove condusse a termine l’opera pregevole dalla quale traggono argomento queste mie rapide note, che altro non vorrebbero essere che una giusta rivendicazione del suo valore...".

"Uscirono dalle sue mani le Madonne del Barabino, del Morelli, di Raffaello e quadri del Lani, dell’Aspettati, del Mannucci e di tanti altri, fino a quello attuale del Saltini... Una delle tele nelle quali quell’insigne Pittore, di cui è ancor viva e fulgida memoria, sebbene l’arte sua precisa, impeccabile abbia ceduto il posto ad altre forme che non mi attento di giudicare, appartiene ad una meravigliosa serie di lavori di genere, che il Saltini produsse nella sua virilità e tra quelli primeggia La Novella della Nonna, che ha avuto l’onore di un numero infinito di riproduzioni...".

"…Di questo Artista, che nel secolo scorso suscitò tanto entusiasmo nella generazione, che ancora chiedeva all’Arte, assieme all’espressione del vero, la precisione del disegno, scrisse Mario Foresi in un cenno biografico, comparso su Rassegna Nazionale del Maggio 1910, due anni circa dopo la sua morte, avvenuta nell’ottobre del 1908...”.

ANNA MARIA MELECRINIS, SPUNTI E PERCORSI DI RICERCA SUL PITTORE,  2000

La Cerretana