I FRANCESCANI L'apostolato in Maremma
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In forme neogotiche, tra la terra e il cielo, l'architettura francescana dell'Immacolata di Piombino

LA SOLITUDINE FUORI MURA

L’antica presenza dei francescani a Piombino risaliva al lontano 1256. Per secoli i Minori avevano unito alle Missioni Evangeliche l’attività didattica nella Schola, rivolta a laici e canonici. Le soppressioni napoleoniche del 1806 avevano disperso i frati, che migrarono come rondini da quelle terre amate e aspre senza farvi più ritorno. 

Nel 1897, sotto Leone XIII, avvenne l’unione delle Famiglie Francescane e la conseguente divisione della Toscana in Province. Il territorio, intitolato a San Bonaventura da Bagnoregio, revisore della Vita di San Francesco, era ancora privo di conventi sul mare. Sembrò indispensabile offrire ai più disagiati un luogo di cura sulla costa, onde mettere in atto i principi della “Rerum Novarum”, l’enciclica, che nel 1891 aveva esposto la soluzione cattolica ai problemi della rivoluzione industriale e del proletariato. Le dottrine laiche del socialismo, comunismo e nichilismo erano state condannate già nel 1878 con la “Quod Apostolici muneri”.

Respingendo le lotte di classe, Leone XIII riconosceva all’operaio il diritto di disporre del frutto del proprio lavoro. Indicava i doveri reciproci tra padroni e manovalanza. Determinava le leggi del salario, in conformità alle giuste esigenze del lavoratore e della famiglia. Contemplava il riposo festivo, la vigilanza sul lavoro delle donne e dei ragazzi. Incoraggiava al risparmio e alla piccola proprietà, all’impegno statale contro la sproporzione tra ricchi e poveri.

Il nuovo documento, seppure dettato da un papa che, nonostante il profondo senso diplomatico nei riguardi dei paesi europei, volle conservare in più occasioni una posizione di intransigente protesta nei confronti dell’Italia, fondò di fatto le basi per un moderno Stato e per il movimento del cristianesimo sociale.

L’etica, come moto razionale della creatura verso Dio, trovava il suo culmine nell’amore metafisico e nell’amore verso il prossimo. In tale prospettiva la scelta cadde su Piombino, il cui tessuto umano, formato dagli operai delle fonderie e dai portuali, presentava una profonda povertà.

Nel 1815 i piombinesi erano 1.500. Alla fondazione degli stabilimenti Magona d’Italia e della Ferriera di Piombino, i proletari maremmani si riversarono a condizioni di lavoro disperate nel piccolo centro. L’incremento demografico, che nel 1861 contava 2.918 anime, raddoppiò nel 1899, fino a superare i 7.000 abitanti.

La miseria si era accentuata al disatteso progetto di una moderna siderurgia. Nel 1897, le miniere di ferro dell’Elba erano state concesse dallo Stato a quei gruppi industriali, che fossero stati in grado di condurre una gestione a prezzi competitivi.

Al costituirsi della Società Anonima Altiforni e Fonderie di Piombino seguì l’uso di rottami e ghisa, importati dall’estero. L’economia reggeva in realtà sulla riduzione del costo del lavoro, sul protezionismo doganale e sulle commesse statali. Solo nel 1902, con l’apertura dell’altoforno di Portoferraio, comincerà il ciclo di produzione della ghisa al coke.

In quella atmosfera carica di tensione e di fame Padre Evangelista da Treppio, al secolo Cesari, di grande cultura e dal carattere volitivo, ebbe dal Definitorio l’incarico di concretizzare l’idea.

Il 28, giugno 1898 egli scriveva a Don Tebaldo Celati “Il terreno che a noi occorre è assai, perché deve dare spazio alla chiesa, che non sarà una cappella, all’ospizio, che non sarà piccino, all’orto, al prato. Più deve essere prossimo al mare. Inoltre non deve essere troppo distante dalla ferrovia, né dalla città … Sarà possibile trovare in Piombino una località in tali condizioni?…”.

Nel 1899, oltre la cinta muraria, fu individuato il luogo più elevato e l’acquisto dell’appezzamento fu concluso rapidamente. Il 2 settembre Padre Evangelista comunicava la stipula conclusa con il signor Mazzarri per 32.000 metri quadrati di terra.

L’ingegner Attilio Razzolini, la cui indole semplice e onesta piacque al frate, disegnò gli splendidi progetti, eleggendo lo stile che più degli altri esalta la vocazione all’infinito. Aperto il cantiere, ai francescani, cui non mancava l’alacrità, vennero meno i mezzi.

Nello stesso anno, quasi per beneficio del cielo, Luisa Zei Barcali somministrò al minorita cospicue somme di denaro. L’imprenditrice morì nel 1900, lasciando per volontà testamentaria tutti i propri averi all’Immacolata.

I lavori ripresero e l’estensione della superficie fu ampliata con l’acquisto dell’ettaro a strapiombo sul mare, proprietà del signor Hermite. Il fervore delle maestranze e degli artisti fu tale, che il 20 agosto 1901 il grandioso complesso era già terminato e arredato.

Il 13 maggio 1902 si insediò la prima Famiglia religiosa e il Guardiano fu Padre Salvatore Fabbri. L’edificio ecclesiale, assegnato ufficialmente al culto, fu consacrato il 24 giugno 1902 da Monsignor Giovanni Battista Borachia, Vescovo di Massa Marittima e Populonia.

All’attività di Apostoli della Maremma, rispose l’odio inoculato negli abitanti “...dai massoni e dai marxisti...”. Furono tempi tristi e per anni ai frati fu concesso di correre, tra gli scherni e le sassate, solo dal convento alla stazione e viceversa, tanto che Padre Agostino Baldini si rammaricò con il sindaco per le vilipese libertà e incolumità personali.

La tensione crescente portò alla minaccia dichiarata di un assalto al convento. Così i frati non si videro più per la via, che fu detta di San Francesco. Al timore di non poter proseguire nello spirito missionario, che stava svanendo nel nulla, si era sostituito il terrore di un’inutile carneficina blasfema, occasione di nuovi martirii e di gravi colpe spirituali.

Tutte le notti i religiosi, giudicati ormai come nemici dal furore popolare, nascondevano le barche tra gli anfratti degli scogli sottostanti, pronti a fuggire nella voragine nera delle onde.

Arrivò il 1911 e continuarono a raccogliersi tremanti nella Chiesa. Nelle veglie invocavano l’intercessione dell’Immacolata. Una notte il dramma giunse al suo culmine, ma la profanazione e la violenza non furono perpetrate e furono salvi.

Si credette al miracolo e gli animi si placarono. Una statua fu eretta alla Vergine del prodigio. Da quel giorno la porta del Santuario fu sempre lasciata aperta per chi chiedeva asilo e, a chi aveva fame, furono dati un pezzo di pane e un piatto di minestra.

Alla gran serrata degli scioperi, durata vari mesi, il conte Desideri aprì i granai della tenuta di Populonia, permettendo ai francescani di attingere liberamente alle derrate, per sfamare gli operai e le loro famiglie. E fu istituita la mensa. Allora tutti pensarono che anche “... i conventi servivano a qualcosa e che i frati non erano nemici dell’umanità ...”.

Tacitamente e senza nulla chiedere, fu suggellata la nuova alleanza tra i seguaci di Francesco e la popolazione locale. Il Santuario dell’Immacolata acquistò una fama straordinaria e fu mèta di pellegrinaggi.

Nella prospettiva dell’apostolato sociale i Minori raggiunsero maggiore libertà d’azione nel 1914, quando concluse le due cessioni notarili, stipulate tra padre Cesari e Monsignor Borachia, l’edificio ecclesiale, parte dello studentato e dei terreni furono alienati al Vescovado.

Alla Chiesa, eretta come parrocchiale con il decreto canonico del 1914, fu preposto Padre Francesco Bettazzi. Il successivo decreto giuridico del 1920 riconobbe la costituzione legale della Parrocchia. Padre Giustino Senni ne prese possesso ufficialmente il 23 gennaio 1921. Pochi mesi dopo la Società Ilva chiudeva gli Alti Forni.

La massa disperata dei disoccupati si riversò nelle strade e il convento fu il porto solidale degli affamati. Alla grave situazione sociale, il parroco presentò allo stabilimento siderurgico una petizione con mille firme e il lavoro ricominciò nella primavera del 1922.

Al sopraggiungere di Giulio Barbieri nella direzione delle fonderie, i francescani realizzarono i progetti del laboratorio e dell’orfanotrofio nel quartiere più povero di Piombino. E fu epica terra di Missione.

Le memorie ricordano che, accolto con grida e strepiti, mentre qualcuno tra la folla minacciava “bruciateli, bruciateli!”, nel 1918 uno sparuto gruppetto di frati, guidato da Padre Giustino, si era recato al Cotone. Il catechismo fu dapprima insegnato ai fanciulli nella strada e le violenze non conoscevano tregua. Così avvenne che un drappello di dimostranti, ponendo a forza tra le mani di Padre Senni lo stendardo rosso, provocò con baldanza il frate, il quale accettando la sfida rispose pacifico “Dove volete che lo porti?”.

Dopo infinite umiliazioni, l’Asilo del Cotone, così fu chiamato, inaugurato il 4 novembre 1924, tolse dalla strada le operaie e l’infanzia abbandonata. Quel giorno la gioia dei Minoriti fu duplice. Alla presenza delle autorità, fu festeggiata anche l’istituzione dell’Asilo Infantile dell’Immacolata.

Patrocinato da Luisa Barbieri e retto dalle Suore, il Laboratorio di Nazareth al Cotone fu luogo di alfabetizzazione. Con l’insegnamento dei segreti della filatura e della tessitura, i religiosi costruivano per le loro assistite un futuro di dignitoso e onesto lavoro. L’Asilo divenne un vero opificio e gli apprezzati manufatti trovarono un vasto mercato, superando il confine operaio di Piombino.

MELECRINIS ANNA MARIA, LE PALE DI PIETRO SALTINI NELL’IMMACOLATA DI PIOMBINO. SUGGESTIONI FRANCESCANE TRA STORIA E METAFORA, Parte I. Lucio Pugliese Editore, Tip. Il Bandino, Firenze 2002. ISBN 88-86974-11-6