FILOSOFIA 

 Dall'ironia al sogno: la tesi sui valori

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Pietro Saltini, Beatrice Cenci, studio a matita su carta. 1865

 

  Valore

=

 preferibile

 o

 anticipazione di una norma

Valore

 =

 norma delle scelte

 o

 criterio di giudizio

Valore

=

possibilità di scelta

 o

disciplina intelligente delle scelte

 

 

Reazione allo scandalo di Nietzsche e alla ironia dei valori eterni

 

Lo storicismo

 

Dilthey: la storia come forza produttrice della determinazione dei valori la storia

come vita e morte dei valori e delle regole

 

Troelsch: soluzione all’antinomia: relatività e assolutezza dei valori

 

Meinecke: valori verità irriducibili alla relatività storica

 

Bergson: la storia come creazione continua

 

Weber: la storia come lotta tra valori diversi offerti alla scelta dell’uomo

 

Dewey: la filosofia come critica dei valori o disciplina intelligente delle scelte umane

 

Frondizi: la connessione tra valori e situazione

La fortuna del termine valore, nel pensiero moderno, è dovuta in buona parte alla reazione avversa all’opera di Nietzsche e allo “scandalo”, suscitato con la pretesa di invertire i valori tradizionali. Egli dichiara di puntare le sue speranze verso spiriti forti e abbastanza indipendenti da dare impulso a giudizi di valore opposti e da riformare e invertire i valori eterni.

Invertire i valori tradizionali, ironizzati come eterni, è ritenuto da Nietzsche il compito della  sua filosofia. Tale inversione consiste sostanzialmente nel sostituire ai valori della morale cristiana, fondata sul risentimento, quindi sulla rinuncia e sull’ascetismo, i valori vitali, che nascono dall’affermazione della vita totale, cioè dalla sua accettazione dionisiaca.

Nietzsche rifiuta l’uomo Socrate. Questa concezione, interpretata come un relativismo dei valori, è stata la categoria polemica di riferimento di tutte le dottrine assolutistiche, anche se, in realtà, sono riscontrabili scarse tracce di relativismo.

L’intento di Nietzsche è quello di ripristinare la tavola autentica dei valori: quella dei valori vitali, in luogo di quella dei valori fittizi, che la morale del risentimento ha fatto propri. Egli afferma che non esiste valore che non sia un modo d’essere dell’uomo stesso.

In base a questa tesi, Meinong, esercitando notevole influenza sulla logica del Novecento,  riduce il valore a “forza di motivazione”. Nella teoria degli oggetti asserisce che la verità di un giudizio dipende dal suo obiettivo, interno alla coscienza, e solo il valore reale dipende dall’obietto empiricamente esterno alla coscienza.

In seno allo storicismo, nascono le vere dottrine del relativismo dei valori. Dilthey, pur respingendo il relativismo, dice “La storia è la forza produttiva delle determinazioni dei valori e degli scopi, in base ai quali si determina il significato di uomini e avvenimenti. Dunque i valori e le regole nascono e muoiono nella storia e non sussistono al di fuori e al di sopra della storia”. Ogni civiltà ha una sua irriducibile Weltanschauung e una sua filosofia.

Il sentimento di incertezza trapela e la guerra mette in crisi la civiltà europea. Simmel trae ispirazione da Schopenhauer, Nietzsche e Bergson. Nei suoi scritti, pubblicati tra il 1916 e il 1918, denuncia la crisi della civiltà contemporanea, in quanto incapace di assestarsi in una configurazione ideale e protesa ad “una vita senza forma”. Egli sostiene “Non sussistono valori assoluti, sono valori solo quelli che, in condizioni determinate, gli uomini riconoscono come tali”. Ciò significa che la sfera dei valori si distingue da quella della realtà, non in base ad uno status ontologico, ma per una qualificazione categoriale, che non può investire qualsiasi oggetto.

La teoria preoccupa molti filosofi e Troeltsch formula una risposta positiva al relativismo. In Lo storicismo e i suoi problemi, pubblicato nel 1922, postula in modo chiaro l’antitesi tra relatività storica e assolutezza dei valori, nello stesso tempo recupera questa assolutezza nell’ambito dello storicismo. Per risolvere l’antitesi, fa coincidere i due termini antinomici “Ogni punto della storia è in rapporto diretto con la sfera dei valori assoluti e contiene in sé tali valori, senza relativizzarli alla propria mutevolezza”.

Meinecke simboleggia con kratos ed ethos la forza e le aspirazioni spirituali, fiducioso nella conciliazione dei due termini, afferma “ La storia trova il suo fondamento nei valori che realizza; il modo di essere di questi è irriducibile alla relatività storica e conserva la sua validità incondizionata”. Tuttavia la “ragion di stato” e la “politica di potenza” tendono a sottomettere i valori assoluti, il contrasto può trovare soluzione solo fuori della storia, in un “movimento verticale” verso Dio. In queste interpretazioni si riproduce la scelta filosofica più generale: l’attribuzione al valore di due caratteri contrastanti: l’assolutezza e la relatività. Il primo costituirebbe il modo di essere del valore in se stesso, il secondo il suo modo di essere nella storia.

Intanto Bergson, formatosi sul positivismo e indagando sull’idea di evoluzione, approfondisce i concetti di materia e di tempo. Egli dice “La storia, il momento storico, è una creazione continua, in cui tutto si crea e si distrugge ad ogni istante”. Dopo la guerra chiarisce il concetto di morale chiusa, fondata sull’abitudine e limitata ai membri di una società, il concetto di morale aperta, rivolta a tutti gli uomini, derivante da uomini eccezionali, che “dà luogo a comportamenti nuovi”, in uno slancio d’amore in cui si manifesta lo slancio vitale.

Weber, pur insistendo sulla pluralità dei valori e delle sfere di valori, vede nella storia, non un’incessante creazione di valori, ognuno relativo a un fuggevole momento di essa, né un rapporto fuggevole con valori assoluti, ma una lotta tra valori diversi, offerti alla scelta dell’uomo. Dewey definisce la filosofia come “critica dei valori”, “la confusione che tutte le teorie del valore hanno fatto, tra una determinata posizione nel rapporto causale o successivo e il valore vero e proprio, è un’indiretta testimonianza del fatto che ogni valutazione intelligente è anche critica, cioè giudizio della cosa che ha valore immediato.

Ogni teoria del valore è necessariamente un ingresso nel campo della critica”. La critica in questo senso è la disciplina intelligente delle scelte umane.

Frondizi, nel 1958, insiste su un altro aspetto: la connessione tra valori e situazione. “L’organizzazione economica e giuridica, i costumi, la tradizione, le credenze religiose e molte altre forme di vita, che trascendono l’etica, contribuiscono a configurare determinati valori, che invece sono affermati come esistenti, in modo estraneo alla vita dell’uomo”.

In sintesi negli studi contemporanei si assumono tre posizioni: 

1-  Il valore è la preferenza, il preferibile, il desiderabile, l’oggetto di un’attesa o anticipazione della norma e della regola.

2-  Il valore è la guida o la norma delle scelte stesse e, in ogni caso, il loro criterio di giudizio.

3- La migliore definizione di valore è quella che lo considera come una possibilità di scelta, come una disciplina intelligente delle scelte, che conduce ad eliminarne alcune, o a dichiararle irrazionali e dannose, induce quindi a privilegiarne altre, prescrivendone, in relazione alla norma o regola, la ripetizione, ogni volta che certe situazioni si verifichino.

In altri termini, la teoria dei valori, come critica dei valori, tende a determinare le autentiche possibilità di quelle scelte, che potendosi ripresentare, come possibili nelle stesse circostanze, costituiscono la pretesa dei valori alla universalità e alla permanenza.

Nell’itinerario, tra le teorie dell’occidente, consideriamo l’originalità del contributo dato dai filosofi statunitensi moderni, che con il pragmatismo orientano la loro ricerca verso il futuro.

Se gli europei definiscono le loro teorie “filosofie del successo”, constatiamo che tale parametro non è sempre vero, essi conservano una speculazione astratta.

La filosofia europea contempla la verità aliena da ogni mescolanza con gli interessi della comune umanità e si fonda sulla capacità di interpretare il passato, la filosofia statunitense osserva il significato pragmatico della verità, come previsione e determinazione dei suoi limiti.

Il pragmatismo americano esige, infatti, che l’utilità delle credenze filosofiche sia feconda per la vita morale, religiosa, scientifica, o per la costruzione di una nuova società ordinata, solo attraverso questi tramiti concerne la riuscita negli affari.

La tesi fondamentale asserisce: ogni verità è una regola d’azione, una norma per la condotta futura, intendendo come azione ogni specie e forma di attività  conoscitiva, pratica, estetica. Ricordiamo la metodologia di Peirce, Dewey e Mead, il pragmatismo metafisico di James e dell’inglese Schiller. Gli spunti antipositivistici del pragmatismo di James trovano seguito, anche in Italia, in Prezzolini, Papini e Vailati.

In Spagna il pragmatismo si confonde con la “filosofia della vita” di Miguel de Unamuno, autore già precdentemente citato. Appartenente alla corrente del fideismo pragmaticistico, nemico del razionalismo e propugnatore di una filosofia, come riflessione sull’esistenza, pubblica nel 1905 Vita di don Chisciotte e Sancho. La riflessione sul suo pensiero ci porta a considerare  la teoria sostenuta come una fusione del pragmatismo americano con il fideismo religioso europeo di Pascal.

Egli propone in realtà una interpretazione poetica della verità e della vita. Subordina la conoscenza, il pensiero, la ragione alla vita e all’azione. Poi afferma “ La vita è il criterio della verità, non la concordanza logica, che lo è solo della ragione. Se la mia fede mi porta a creare o a magnificare la vita, perché volete altre prove della mia fede?

…Quando le matematiche uccidono, sono menzogne. Se camminando, sfinito dalla sete, ti si presenta una visione di quel che si chiama acqua e ti slanci verso di essa e bevi e calmata la sete stai meglio, quella visione era vera e l’acqua era acqua di verità. Verità è ciò che spingendoci, in un modo o nell’altro ad agire, ci fa conseguire il nostro scopo”.

La verità, sia dottrina, o leggenda, poesia o scienza, mito o concetto, è sempre tale, soltanto per l’impulso che dà alla vita, perché aiuta a vivere e ad agire.

Nell'opera, la risposta che Don Chisciotte dà al canonico, dubbioso circa la verità dei libri di cavalleria e sul fatto che egli don Chisciotte, dal momento in cui è stato armato cavaliere, abbia acquistato tutte le virtù, appare a de Unamuno come la definizione stessa della verità come tale.

Oltre a questo elemento esplicito, trapela un riflesso misterioso, un contenuto evanescente: l’affermazione del carattere oscuro e arbitrario, inconsapevole e in fondo irrazionale e inconscio di ogni dottrina o credenza. Don Chisciotte realizza se stesso come nobile cavaliere, è cavaliere, poiché è la manifestazione di ciò in cui crede. La sua vita non è l’inseguimento di una chimera, ma è la realizzazione stessa delle virtù cavalleresche personificate e agenti. In tal senso, filosofia e azione coincidono.

In Del sentimento tragico della vita negli uomini e nei popoli, pubblicato nel 1913, scrive “La filosofia risponde alla necessità di formarsi una concezione unitaria e totale del mondo e della vita e, come conseguenza, un sentimento che genera un’attitudine intima e perfino un’azione… La nostra filosofia, cioè il nostro modo di comprendere il mondo e la vita, deriva dal nostro sentimento, rispetto alla vita stessa. Ciò ha radici subcoscienti o incoscienti”. In questo egli si allontana dal pragmatismo, fondante la ricerca  sul criterio di verità - validità - utilità, quindi come capacità critica di scegliere e di costruire concetti e dottrine.

Il filosofo esalta, piuttosto, la fede per la fede, il credere per il credere, la vita per la vita, in un atteggiamento ottimistico e pessimistico, allo stesso tempo. In lui c’è una parte di esistenzialismo, in quanto riconosce che la verità è insita nell’uomo e rifiuta ogni verità astratta e oggettiva. Gli è proprio anche il senso del tragico: il contrasto lacerante tra realtà e aspirazione. L’incertezza ineliminabile della vita e della fede trovano l’unica testimonianza nell’azione.

De Unamuno sublima la verità del sogno. Egli afferma infatti che il confine tra la realtà e il sogno sfuma e svanisce. Ripetendo il tema del dramma di Calderòn de la Barca La vita è sogno, riduce la verità pragmatica della fede a un elemento del sogno, sottraendole consistenza e valore.

“Piuttosto che indagare se sono giganti o molini, quelle cose, che ci si presentano dannose, non è forse meglio ascoltare la voce del cuore e assalirle? Ché ogni assalto generoso trascende dal sogno della vita. Dai nostri atti e dalla nostra contemplazione, ricaveremo sapienza”. L’uomo ricerca la sua immortalità e vuole credere nell’immortalità, vuole affermare la vita contro la morte, in questa esigenza irrazionale si realizza la condanna della ragione. Tuttavia egli pensa che debba rimanere questa incertezza e che la vita umana sia possibile, solo su questa incertezza, sia per chi afferma, sia per chi nega l’immortalità.

 

ANNA MARIA MELECRINIS, da IL CONCETTO DI VERITA’ IN OCCIDENTE, CONFERENZA 1988