ETICA  Un tema di bioetica
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Pietro Saltini Il querciolo, schizzo a matita su carta, cm.20x20,

in apice n°9

 

 

L’ETICA DEL DARE TRA FILOSOFIA E SCIENZA

 

Riteniamo che una legge non sia in grado di formare la responsabilità del dare, ma che occorra un’etica del dare, talmente ideale da superare il misterioso legame tra la vita e la morte. E la società occidentale postmoderna, ampiamente laicizzata, tende a negare la morte. L’antropologia culturale descrive i rituali connessi al distacco tra i vivi e il defunto, la psicologia freudiana indica la teoria del lutto.

Un legame esile, ma tenace, circonda la salma, immobile e statuaria, mentre il lutto, inteso come abbandono, pervade i vivi. Composta, vestita dell’abito a festa è inondata di fiori, poi l’estremo saluto e i sigilli.

Se il rituale occidentale tramanda la cura del corpo integro, o di ciò che resta qualora il decesso sia stato violento, è difficile scomporre, violare il corpo esanime con una decisione che va assunta in pochi istanti. Da un lato l’abbandono da parte di chi ha intrapreso il viaggio senza ritorno, dall’altro una congerie di stati emozionali e di misteri che si perdono nelle radici della storia.

Le prime forme di sepoltura erano legate al rito del cannibalismo. Le carni smembrate nutrivano i vivi, poi l’antropofagia abbandonò il significato di semplice consumazione e passò a quello di acquisizione fisica e tangibile dell’astratto: l’esperienza, la sapienza, il coraggio del defunto. Così si perpetuavano magicamente le tradizioni e la capacità di sopravvivere. Ancora oggi alcuni popoli allo stato tribale durante le cerimonie funebri mescolano ai farinacei le ceneri del defunto, affinché la sua saggezza entrando nel corpo dei vivi sia eternata nella stirpe.

L’idea dell’immortalità accompagna la vita e l’azione dell’uomo, la morte interrompe tragicamente questo sogno.

Volgendo l’attenzione ai grandi culti funerari troviamo l’eviscerazione nell’antico Egitto. I vasi canopi custodivano gli organi, perchè il corpo, sottoposto alla salatura e al lungo procedimento di imbalsamazione, avesse vita eterna. L’inibizione dei processi di decomposizione, la presenza di oggetti quotidiani e di effetti personali rappresentavano l’eternità stessa in una esistenza nel regno dei morti e la fusione con il divino, seppure nelle tenebre di un monumento.

Greci, Etruschi e Romani hanno tramandato con i corredi tombali e la statuaria funebre la loro civiltà. Si trattava di una inumazione negli ipogei e nei sarcofagi, ma di corpi composti, adornati o immortalati nella pietra e nel marmo, per una esistenza ulteriore, che andasse oltre il mondo. La successiva cultura occidentale, fondata sulla interpretazione delle Sacre Scritture, impostava la vita e la morte come ritorno al Regno dei cieli e come resurrezione. Al rituale pagano si univa al cerimoniale liturgico dell’unzione e della benedizione della salma, simbologie che ancora oggi rappresentano la purificazione dello spirito in vista del ricongiungimento a Dio nel luogo delle beatitudini.

 Lo stesso Cristianesimo, proibendo la pratica dell’autopsia, rese per secoli impenetrabile il corpo, concepito come sede dell’anima, non un insieme di viscere congeniate tra loro nella meravigliosa macchina della vita. Il corpo fu sacro e inviolabile. Questi due predicati ci riconducono al discorso iniziale: perché sia difficile, nonostante la legge, decidere di far prelevare gli organi che non sono più vitali, ma che erano legati all'esistenza dell’estinto.

Il concetto di morte, dal punto di vista medico, è stato molte volte chiarito, come quel momento fatale nel quale inizia il percorso inarrestabile di tutte le funzioni vitali autonome e si avvia l’ineluttabile processo di decomposizione. Forse è stato spiegato il significato di morte, non il senso della morte.

Alla decisione di un prelievo si coniugano ridde di sensazioni inconsce, legate ai riti ancestrali, alle violazioni antropofaghe, ai malefici e alle attese religiose. Allora prende il sopravvento l’immaginario collettivo e la scelta si fa dolorosa, intricata, oscura.

Se consideriamo il sostantivo dono, ci rendiamo conto che esso induce ad associazioni mentali positive e negative. Io posso donare, ma posso non donare: è un atto di libero arbitrio. Se do io sottraggo. Nel donare è implicito il senso del sacrificio, della consumazione e dell’alienazione. In questo caso non sacrifico me, ma un altro a me caro, non in questa, ma in un’altra dimensione.

La responsabilità della scelta è sentita come privazione di un diritto del defunto: giungere integro, composto, bello al suo destino ultraterreno. Da una parte la scienza compie il proprio cammino, dall’altra la legge sancisce e consente, ma l’uomo deve decidere e sente profondo il suo bisogno di scegliere.

Occorre allora educare a comprendere il senso e non solo il fatale momento che divide la vita dalla morte. E’ il senso della morte che deve essere inteso.

Nell’antichità unguenti e oli preziosi levigavano i corpi, maschere d’oro abbellivano i volti degli eroi e la morte diventava leggenda e mistero. Requiem aeternam dona eis Domine, recita la liturgia cattolica e proprio quella requie sembra minacciata. Nuovi strumenti chirurgici frugheranno le pieghe più nascoste di quel corpo.

Si comprende allora il tormento di una scelta, che ci trova impreparati e si accanisce nel momento del lutto. Risulta evidente che è proprio il senso della morte che va chiarito. Morte che può essere vita per altri. Morte che può diventare dono di vita, gioioso ritorno all’esistenza per un essere sconosciuto, ma pieno della sua dignità, destinato altrimenti a soccombere.

I significati ancestrali, immaginari, emotivi e teorici possono essere superati, se compresi profondamente. E’ dunque solo dalla conoscenza che può scaturire la solidarietà con la scienza. Una scienza intesa come mezzo, non come fine, per una migliore qualità della vita e non oltre le frontiere della vita.

Con il sostegno psicologico e con la presenza della Chiesa per i cattolici, si può intraprendere la difficile decisione, escludendo dalla coscienza la sensazione di essere violatori, profanatori e consumatori di cadaveri. Assumere la dignità di scegliere la vita per altri sarà un atto consapevole, non pietoso, limpido, non carico di dubbi.

Se insegneremo che la vita è un diritto, si avrà la forza di trasferire con chiarezza questo diritto in un altro uomo, non in questo, o in quello, ma in un uomo universale, non tramite questo o quell’organo, ma con una funzione vitale. Allora donare significherà non prelevare e trapiantare, ma garantire responsabilmente per mezzo della scienza un’opportunità di vita, quando un’altra scintilla si spegne.

ANNA MARIA MELECRINIS, CARTELLA PER A.I.D.O., 2000