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L'Elemosina

IL VERO IN ARTE

Il sostantivo entra nella consuetudine culturale della seconda metà dell’Ottocento e dal mondo letterario si estende alla critica d’arte.

La data simbolo, assunta generalmente per l’affermazione del realismo in Europa, è il 1855, quando Courbet nel Pavillon du Realisme mostra le proprie opere, non ammesse dagli accademici all’Exposition Universelle di Parigi. Il corrispondente movimento italiano coincide con le riunioni teoriche sul realismo, tenute a Firenze presso il caffè Michelangiolo. Nel 1861, il gruppo antiaccademico assume come provocazione il nomignolo di Macchiaioli e si scioglierà nel 1877.

La tendenza pittorica desume i modelli dalla realtà e oppone il concetto di Vero a quello di falso e di irreale. L’istanza dell’artista si esprime nel rapporto personale con la natura, che tende a superare mediante la perfetta riproduzione illusoria di oggetti, figure, ambienti e paesaggi desunti dal mondo reale. Il realismo ha tuttavia matrici storiche, liberistiche e tecnologiche.

L’economia industriale, lo sviluppo del capitalismo e le aggiornate tecniche grafiche determinarono diverse conflittualità e la necessità di individuare una nuova funzione per l’arte, più aderente alla realtà contemporanea.

L’arte, intesa come luogo di manifestazione della bellezza e quale simbolo di verità filosofica e religiosa, “non può esistere nel mondo moderno” e di fronte alle nuove strade intraprese per sopravvivere, Hegel aveva scritto “…L’arte che va oltre se stessa è parimenti un ritorno dell’uomo in se stesso, un discendere nel proprio petto, con cui l’arte cancella da sé ogni fissa limitazione ad una cerchia determinata di contenuto e di apprensione, facendo dell’umano la sua nuova cosa sacra: la profondità e l’altezza dell’animo umano, l’universalmente umano nelle sue gioie, nelle sue sofferenze, nelle sue aspirazioni, nei suoi atti, e nei suoi destini…”.

Nel 1848, al divampare delle idee socialiste, Millet per primo ritrasse i contadini nella loro vita semplice e il lavoratore in genere fu il nuovo eroe, da sostituire alle epiche figure delle pagine di letteratura e di storia. Daumier, eliminando ogni retorica riprodusse i vizi borghesi, le ipocrisie, la corruzione, la vita popolare nelle grandi città, la folla anonima. Cominciarono le caricature e le feroci satire contro i governanti. Nacque una nuova concezione dell’arte e la tradizionale scena di genere sovvertì il suo significato. Nei quadri di dimensioni monumentali assumono dignità epica gli umili, evitando i morfemi accademici.

In Italia due motivi fondamentali ritardarono di alcuni anni l’affermarsi di un realismo unitario: il dogmatismo delle Accademie di Belle Arti e la frammentarietà politica. Dopo la proclamazione del Regno, la poetica del Vero si lega al concetto dell’estetica, non solo come progresso nelle tecniche espressive, quanto, come denuncia del mondo degli umili e descrizione della realtà. E i pittori realisti escono dagli studi. Analoga denuncia nasce dall’osservazione diretta dei narratori veristi, che esordiscono nel 1874.

Il linguaggio diviene il mezzo per esprimere i temi della povertà secolare, le problematiche popolari, i costumi, le miserie, il modo di vivere di tutti gli strati della società territorialmente unificata. Palizzi esegue nel 1860, Donne che lavano presso il fiume Sarno; Borrani nel 1863, Le cucitrici di camicie rosse; Dalbono, tra il 63 e il 67, La terrazza; Abbati nel 1865, Il Mugnone alle Cure; Camarano nel 1869, Piazza San Marco; Saltini nel 1869, L’Elemosina; Mancini nel 1870, O prevetariello; Toma nel 1877, Luisa Sanfelice in carcere e Il viatico dell’orfana.

Il dominio soggettivo e stilistico dell’artista, nella seconda metà dell’Ottocento, deve indiscutibilmente rimanere integro e deve essere in grado di differenziarsi dal mondo della riproduzione, che è ormai detenuto dai procedimenti fotografici.

La tecnica imitativa, priva di simboli e di illusioni interpretative, appartiene alla fotografia e il linguaggio artistico deve distaccarsi dalla riproduzione meccanica della verità. La realtà deve essere percepita e non riprodotta, intuita e non descritta.

Il Vero assume il significato di rapporto diretto con la morale e con la verità sociale, in contrasto ai temi del romanticismo storico e accademico, rappresentativi di realtà lontane nel tempo e nello spazio, di equilibri estetici ideali e astratti. “Keine Metaphisik mehr!”, niente più metafisica!

L’assolutizzazione romantica dell’arte si dissolve.La ricerca cromatica si fa più vigorosa, la pennellata più ampia, l’animo dell’artista più partecipe. L’oggetto, spesso prima fotografato nel suo ambiente naturale, si arricchisce nello studio del pittore di quei contenuti impalpabili e soggettivi che lo animano di interpretazioni e di simbologie.

Tutto è esistente ed è un momento della infinita storia, che tende alla felicità, alla società organizzata, all’umanità altruistica. Positivo è ciò che è reale; positivo è ciò che appare fecondo. La filosofia scaturisce dal Catechismo degli Industriali di Saint Simon, dalla fisica sociale di August Comte e dall’evoluzionismo di Darwin. Nella religione si afferma il cattolicesimo sociale e nell’economia la lotta titanica tra capitalismo industriale e marxismo.

Generalizzazioni a parte, anche l’Italia respirò una propria atmosfera culturale: si affermano con Masci l’evoluzionismo; con Cattaneo, Ferrari, Villari, Marselli e Ardigò il positismo;.con Tommasi e Lombroso il materialismo.

ANNA MARIA MELECRINIS, RACCOLTA STUDI