L'IMMACOLATA  Il Santuario
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Il Santuario di Piombino fu progettato dall'architetto Attilio Razzolini

L'architettura

La dedica all’Immacolata fu voluta dai Francescani di Maremma, per esaltare il dogma suggellato nella Bolla “Ineffabilis Deus”.

L’8 dicembre 1854 Pio IX, terminando la controversia, aveva proclamato solennemente in San Pietro davanti all’episcopato “... la dottrina la quale tiene che la Beatissima Vergine Maria, fino dal primo istante della sua Concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio, in riguardo ai meriti di Cristo Salvatore dell’uman genere, andò preservata da ogni macchia di colpa originale, è dottrina rivelata da Dio e perciò da credersi fermamente e costantemente da tutti i fedeli ...”.

L’emanazione aveva segnato per l’Occidente l’inizio di una nuova filosofia del femminino, non più vaso di perdizione. Il secondo Ottocento diffuse l’immagine della donna angelo, capace attraverso la maternità di elevarsi dalla terra al cielo.

Dominante sulla terra e sul mare, il Santuario sorse in forme neogotiche nel sito della Cittadella pisana. Quasi una preghiera alla Vergine, fu elevato dove tutto era brullo e romito. L’enfasi religiosa e la poesia della solitudine ispirarono Attilio Razzolini e gli artisti, convocati dai Minori.

All’inizio della via di San Francesco si erge improvvisa l’ampia gradinata e il sagrato della Chiesa. Nei giorni di tempesta le spaventevoli onde, sollevate dal libeccio, percuotono gli speroni di roccia retrostanti. Quel fragore e il profumo del mare, da cento anni, si mescolano ai canti e agli incensi dei francescani.

Stagliata nel cielo, l’architettura sobria e pulita dagli ornati severi è circondata dalla vasta clausura.

La facciata in bozze di arenaria, a tre ordini e scandita da lesene, fiorisce di archetti pensili. Il rosone infrange la geometria del timpano. La pietra inondata dal sole accende bagliori dorati e il campanile richiama alla devozione. Nell’arco del portale la lunetta scolpita da Vincenzo Pochini racconta l’apparizione dell’Immacolata a San Francesco e Santa Chiara.

Varcando la soglia, la suggestione prospettica si dilata nell’illusione degli intonaci adamantini e nella declinazione delle raffinate modanature in pietra serena. Il ritmo bicromo si ripete nella pavimentazione, alludendo con austerità ai paradigmi della tradizione toscana. Le trasparenze policrome del fiorone rimandano la Vergine in trono con il divin Putto e lo stemma di Piombino. 

Nell’aula a tre navate, la luce meridiana piove iridescente dalle vetrate istoriate, scivolando nell’ombra e tra i filari di pilastri cruciformi su basi in pietra serena. I piedritti delle volte a crociera caricano pressioni centrate ed eccentriche, solo queste marcate da lievi cornici lapidee. Le stazioni della Via Crucis, consacrate il 22 giugno 1902 da Frate Isidoro Marcucci, ornano i tre lati della Chiesa.

Presso l’entrata, da un lato è il sepolcro monumentale dei Padri Giustino e Anselmo Senni, dall’altro il lavacro battesimale a pozzo con il bronzino di San Giovanni Battista, ormai ritualmente dismesso. I due capolavori dell’architetto carrarese, Ettore Paccagnini, realizzati in marmo bianco con ricche tarsie in rosso di Francia, in nero del Belgio e in verde di Carinzia, erano ispirati allo stile gotico e armonizzavano fino al 1974 con i sette altari presenti nel tempio.

La rassegna stampa, pubblicata nelle colonne del Telegrafo, così relazionava intorno al fonte e alle solennità del giorno 8, 12, 1931 “la pregevole opera d’arte eretta nel Santuario … Nella parte elevata a Tabernacolo, con le sue griglie, ha un vero e proprio carattere delle architetture ecclesiastiche e tende con le sue linee verticali ad innalzarsi verso il Cielo … dando all’osservatore una impressione quanto mai mistica e suggestiva”.

Esaltato dal candore degli intonaci e dei marmi, il rigore dell’abside, ristrutturato nel 1974 da Padre Costantino Ruggeri, accoglie sull’altar maggiore il crocifisso ligneo di Demetz, che dal 1958 sostituì la nicchia della Vergine.

La luce è irradiata dalla maestosa vetrata intitolata a San Francesco, a Maria Immacolata e alla Beata Maria Margherita Caiani, attorniati dal sorriso dei bambini dell’Asilo. L’ampiezza simboleggia la vasta opera di sacrificio e di abnegazione della fondatrice delle Minime Suore del Cuore di Gesù. “In un orizzonte di carità” senza confini, come si legge nell’omelia di Giovanni Paolo II, ella “… imparò a servire i fratelli tra la gente umile della sua terra di Toscana e volle occuparsi dei più bisognosi, degli ultimi: i bambini emarginati, i soldati …” vittime della Grande Guerra, ricoverati negli Ospedali Militari.

La storia leggendaria, ideata al termine del processo di beatificazione, che fu annunciata in San Pietro il 23 aprile 1989, sostituì nell’ultimo lustro del XX secolo la bifora, che nell’anno del Centenario delle apparizioni di Lourdes era stata dedicata al Nome di Gesù, all’Immacolata e ai simboli degli Asili: Santa Chiara tra le bambine e San Francesco tra i bambini.

Lo stallo romano a emiciclo reca al centro il tabernacolo dello scultore Nado Canuti. A sinistra della mensa sacra è alloggiato il pergamo. Le due cantorìe a tribuna si aprono sulle canne dell’organo. Ai lati del presbiterio, gli architravi delle porte della Sagrestia e della Cappella delle Confessioni si adornano delle luminose lunette in maiolica plasmate da Pochini, dedicate a Maria col Bambino e all’Annunciazione.

  Le navate laterali sono scandite da paraste con capitelli e plinti di ordine toscano in pietra serena. La stessa armonia cristallina disegna lo zoccolo di raccordo, che corre lungo i lati della Chiesa.